lunedì 17 maggio 2010

Il padre dell'Italo Western



I primi anni 60 non sono per il cinema italiano ricchi di successo. I film sono poco originali e vengono scartati di fronte alle piccole commedie tipiche di quegli anni.
E’ il 1964 quando esce un film girato in Spagna che ottiene un incredibile successo e incassa ben tre miliardi di lire: Per un pugno di dollari.
La trama è molto semplice:un invincibile e misterioso cowboy arriva in un paese sconosciuto al confine messicano, caccia un gruppo di banditi che terrorizzano la zona..e si dilegua senza lasciare di lui nemmeno un nome.
Il regista è figlio di Vincenzo Leone, un personaggio di rilievo nel campo del cinema muto che fu conosciuto come Roberto Roberti. Infatti il figlio utilizza lo pseudonimo di Bob Robertson (ovvero “figlio di Robert”), e solo dopo il grande successo rivela di essere effettivamente Sergio Leone.
Una volta saputo che dietro a quel particolare film si celava un regista italiano,il genere venne chiamato italo - western, o spaghetti-western.
I film di Leone sono caratterizzati da primissimi piani, campi lunghissimi, accelerazioni e rallentamenti della narrazione, lunghissimi silenzi che hanno il compito di creare suspense e di attirare l’attenzione e la complicità del pubblico. Ognuno di questi film è una composizione che comprende emozioni e che riguarda esclusivamente il west : vengono mostrati luoghi conosciuti ma comunque simbolici e particolari.
Vi sono praterie,deserti e villaggi popolati da eroi immaginari che comunque riescono a sembrare veri e reali. Qualsiasi personaggio creato dalla genialità di Leone viene subito notato per l’aria misteriosa e per gli strani atteggiamenti che lo caratterizzano. I suoi sono personaggi quasi completamente perfetti…finché non commettono quel piccolo errore che permette alla narrazione di proseguire.
Una parte del successo di Leone è dovuta alle strabilianti composizioni di Ennio Morricone, un maestro della musica italiana. Morricone ha infatti composto quasi tutti i più grandi successi del regista e le sue colonne sonore sono ancora oggi molto amate sicuramente tra le più celebri.
Perché anche le musica ha un ruolo fondamentale nel cinema di Sergio Leone. Quasi tutto il film è accompagnato da sottofondi che si adeguano perfettamente alla scena…che essa sia tragica o violenta.
Vi sto il grande successo riscontrato Leone decide di proseguire la sua storia sempre utilizzando un cast eccezionale: un giovane e perfetto Clint Eastwood all’epoca ancora non conosciuto; Lee Van Cleef a cui si addice benissimo la parte del cattivo che sembra fatta apposta per lui e infine Gian Maria Volonté ,l’unico attore italiano, che da un aria perfettamente diabolica alla parte che interpreta.
Il secondo film,per qualche dollaro in più, è ,a livello tecnico, molto meglio del primo, la storia scorre più velocemente ed è molto più articolata.
Questo dimostra che Leone cresce con i suoi film diventando più attento ai particolari e meno incentrato sugli scontri.
La trilogia si conclude con il più grande dei successo considerato da molti critici un capolavoro ( se non per la lentezza narrativa esageratamente usata nei film di Leone).
Il buono il brutto e il cattivo è sicuramente un dei suoi film più amati. Il cast cambia in due cose : non è più compreso Gian Maria Volontè ma in compenso viene rimpiazzato da un simpaticissimo Eli Wallach nella parte del brutto.
Eastwood è il buono e naturalmente Cleef interpreta la parte del cattivo.
Il finale ironico e divertente è la conclusione ideale per una trilogia di successi.

Chiara Hammoud

Siddharta di Herman Hesse



"Nell'ombra della casa, sulle rive soleggiate del fiume presso le barche, nell'ombra del bosco di Sal, all'ombra del fico crebbe Siddharta il bel figlio del bramino". Inizia così Siddharta. Siamo in India, nel V°secolo a.C, in una terra pittoresca popolata da bramini, fachiri, monaci e commercianti tutti intenti a vivere la loro vita. Spendiamo due parole sulla dottrina induista delle caste per maggiore chiarezza: tutto il creato è opera di Brahma, i bramini (cioè i sacerdoti del culto) vengono generati dalla sua testa e sono dunque la classe più importante e riverita, i principi e i guerrieri escono dalle braccia, il ventre genera i contadini e i commercianti e dai piedi escono gli umili manovali; infine c'è la classe dei Paria (o intoccabili) che non sono niente, non hanno nemmeno diritto di esistere e non possono essere toccati, pena la perdita dell'appartenenza alla propria casta. Vivendo degnamente la propria vita ci si reincarnerà in una casta più alta via via fino ad ottenere il nirvana cioè l'uscita dal circolo vizioso delle rinascite. La vita da origine al desiderio e il desiderio da origine al dolore.

Siddharta in cerca dell'illuminazione abbandona "la casa del padre" assieme all'amico Govinda. Nel bosco incontrerà i "samana": degli individui capaci di privarsi di tutto: dai vestiti, al cibo, alla propria integrità fisica. Con essi sperimenterà sulla propria pelle la povertà totale (come San Franceso - figura amata da Hesse - anche i samana non possiedono nemmeno gli stracci che hanno addosso), digiuni prolungati e mortificazioni del corpo fino ad imparare le tre cose per lui più importanti: digiunare, pensare, aspettare. Dopo aver imparato tutto il possibile dai samana abbandona la setta ed entra nel mondo. Conosce il Buddha (Gotama) ma non si unisce ai suoi monaci e quì si separa dall'amico Govinda. In città incontra il mercante Kamaswami e "la bella Kamala". quì conosce la "sete di vita" (samsara). Tra perdizione e spirito di ascesi sarà ancora arduo il suo cammino. Esperienza dopo esperienza Siddharta aggiungerà, tassello su tassello, pezzi importanti nel suo mosaico dell'illuminazione.

Siddharta, probabilmente l'opera più universalmente nota di Hesse, nasce dallo studio dello scrittore su gli aspetti e sulla vita dell'India ricavati dai testi indiani (Veda e Upanishad la cui lettura Schopenhauer definì l'unica consolazione avuta nella vita) portati in Germania dal nonno che fu missionario nella pensiola (tradusse la Bibbia in un paio di idiomi locali) e trasmise la propria passione al nipote che sfortunatamente non riuscì ad approdare in India durante un viaggio e si fermò su un isola vicina bloccato dalla malattia tipica dei viaggiatori che bevono quelle acque: la dissenteria.
Davanti a opere così grandi eppure così semplici al recensore si pongono degli interrogativi.
A raccontare la trama si toglie al lettore il piacere della scoperta e si tende a banalizzare l'opera; a parlarne troppo poco non si riesce a raccontare l'incanto e le mille sfaccettature; a ragionarci su troppo si toglie la genuinità del prodotto artistico, suo punto di forza.
Tranquilli, il libro è più facile a leggersi che a recensirsi: narra di un uomo alla ricerca della felicità.
Tutta la produzione di Hesse si basa sul confronto dualistico di due parti: due personaggi rappresentano la propria "fazione". Solo con la fusione dei due aspetti si ottiene la completezza e non con lo scontro (pensiamo al simbolo Yin e Yang dove le due parti si compenetrano formando la perfezione oppure al video degli Aerosmith e Run Dmc "Walk this way" dove i due gruppi suonando si infastidivano reciprocamente fino a capire sul finale che uno migliorava l'altro).

Siddharta è un libro che difficilmente si può mettere via sentondosi uguali a prima, viene venduto dal 1922 e continua ancora oggi a essere uno tra i libri più letti (e regalati). Forse perchè quì i suoi lettori trovano qualcosa che evidentemente non trovano da altri parti.

Giuliano Frontini

Intervista ai Como Lake Rovers



Siete addirittura in otto! Quando vi siate incontrati e soprattutto chi è il "fondatore" del gruppo?
si è vero siamo in tanti..ma per ottenere il suono ke vogliamo è necessaria la presenza di vari strumenti,sia melodici (per dare l'accompagnamento e l'impronta folk)sia elettrici(per avere l'impatto e l'aggressività del punk)..i fondatori sono il cantante e chitarrista acustico Max e il bassista Chris,che hanno iniziato a suonare assieme 4 anni fa in un gruppo streetpunk "La Ciurmaglia" per poi creare per gioco le "Animeperse" (gruppo folk acustico) e dall'unione di queste due realtà sono nati gli attuali ComoLakeRoverS nel giugno 2007.
Come vi è venuto in mente di comporre questa musica molto originale che è un insieme di più generi?
Siete stati ispirati da qualcuno o da qualcosa o è tutta opera vostra?
Partendo dal fatto che ormai inventare nuovi generi musicali secondo noi è molto difficile,una delle poche possibilità è mescolare generi anche all'apparenza contrastanti tra loro.Noi prendiamo spunto da gruppi come FLOGGING MOLLY,DROPKICK MURPHIS, o ai più melodici dubliners,POGUES e modena city ramblers,oltre che dalla tradizione e cultura della nostra terra e dalla magia di terre lontane come l'Irlanda,il nostro genere è soltanto l'unione di due cose già esistenti,ma che se mescolate bene hanno la capacità di unire persone di ogni età e stili diversi di vita,basti pensare alle canzoni presenti nel nostro disco"Friday Night!!"che svariano da ballate folk come 1959 sino a pezzi folk punk come bira bira o la stessa friday night.
Osservando in generale la musica di questi tempi,ci sono artisti o band che prendete d'esempio o che ammirate?
Come già dicevamo prima si,ci sono gruppi a cui ci ispiriamo(e già non solo alla birra!!) e sono veramente tanti e di ogni tipologia musicale,dal momento che ognuno di noi ascolta generi diversi,anche se quello che ci accomuna tutti è il folk,per parlare di band locali ammiriamo molto "Davide van de sfroos" e gli svizzeri "Vad vuc",soprattutto ci piace ascoltare gruppi emergenti e in particolare,quando ci è possibile,sostenerli nei live essendo presenti tra il pubblico.
Il vostro nome di banda è "Como lake rovers",vi esibite solo in provincia di Como,o siete andati oltre?
Per dire la verità il nome reale sarebbe "lake rovers" (viandanti del lago) ma poi per qualche birra di troppo abbiamo aggiunto a pennarello la scritta como,ci è piaciuto il nuovo nome e l'abbiamo tenuto..fa ridere ma è la verità.Suoniamo ovunque ci chiamino per fare festa e casino! Como è solo il punto di partenza di una storia e un avventura che speriamo sia lunga.
Come bisogna essere e che tipo di musica bisogna amare per poter ascoltare di buon gusto la vostra musica?
Non c'è alcun requisito per essere fan dei CLR,ci accorgiamo sempre di più che sotto il palco si presentano persone di ogni genere ed età,e ciò che ci fa piacere è che riceviamo complimenti da giovani e meno giovani che,a fine concerto ci salutano con il sorriso sulle labbra,questo è gran parte di ciò che vogliamo dalla musica,cioè sentirci gratificati dal contatto con il pubblico ma sopratutto dal divertimento di quest'ultimo,cercando di suonare sempre più professionalmente ma senza mai dimenticare la grinta e come siamo nati musicalmente.
Pensate di rimanere insieme per molto tempo? Avete progetti insieme per il futuro?
Da quando il gruppo esiste abbiamo cambiato alcuni elementi,non per litigi o cose simili ma solamente perchè per suonare con noi è richiesta in maggioranza una dote,l'impegno; poichè tutti noi ci impegnamo ogni giorno per la buona riuscita di concerti,prove ect..e anche dell'organizzazione interna del gruppo quindi siti,merchandising etc etc..tutto questo ci occupa parecchio tempo e non tutti hanno la voglia di stare dietro ad un impegno tale,perciò preferiamo suonare con chi è convinto come noi.I nostri progetti per il futuro sono chiaramente di continuare a creare canzoni e dischi,parlando di qualsiasi tematica,e di arrivare ad un traguardo il più in alto possibile,come la strada della vita che vogliamo percorrere tutta magari insieme.
Quando non "lavorate" e non suonate,passate del tempo insieme? Che cosa vi piace fare?
Non ci dimentichiamo di ciò che siamo da sempre,prima di un gruppo musicale siamo un gruppo di amici,e quando possibile ci prendiamo dei week-end da trascorrere in giro divertendoci,ma soprattutto quasi ogni sera ci vediamo per la classica birra della buonanotte e per due cazzate insieme,senza tutto questo penso che non avremmo ragione di esistere,sarebbe un gruppo troppo freddo e umanamente distaccato tra i membri, dato che per potere raggiungere dei traguardi insieme,ci si bisogna conoscere ed aiutare e non solo musicalmente,per poter anche continuare a crescere nelle nostre esperienze di vita.

Sagia Hammoud

Aspettando Godot di Samuel Beckett



“Non accade nulla, nessuno arriva, nessuno se ne va, è terribile!”
Didi e Gogo (rispettivamente Vladimiro ed Estragone) aspettano il Signor Godot. Fondamentalmente la trama di questa geniale opera teatrale di Samuel Beckett (1906 – 1989), composta nel 1952, si può riassumere in quella misera frase. Ma partiamo dall'inizio: chi è questo Signor Godot? Qualcuno l'ha mai visto né sentito? Didi e Gogo, due vagabondi, non hanno mai visto né sentito il Signor Godot eppure lo aspettano. Lo aspettano incessantemente ogni giorno in una desolata stradina di campagna con un solo misero albero. Ed è in questo paesaggio vuoto che i due barboni si tengono compagnia facendo chiacchiere assolutamente prive di senso: si lamentano della fame, chiacchierano sul tempo (in scena rappresentato unicamente dalla caduta delle foglie dell'albero che indica il passare dei giorni), a volte litigano e minacciano di suicidarsi. Ma ormai la dipendenza tra i due è tale da accantonare l'idea del suicidio e di stare sempre insieme, legati da un unico scopo: aspettare Godot.
Un nuovo personaggio si vede in scena a volte: un ragazzo che, mandato dallo stesso Godot, ripete loro la stessa cosa.. “oggi non verrà, ma che verrà domani”: Didi e Gogo aspettano.
Ad un certo punto arrivano anche altri due personaggi: Pozzo e Lucky. Il primo, che si definisce il proprietario della terra dove i due vagabondi stanno, è un uomo meschino e crudele: tiene al guinzaglio Lucky, il suo servo, trattandolo come una bestia. Qua Beckett ha volutamente rappresentato Pozzo come il capitalista e Lucky come il proletario: legati da questa lunga corda, l'autore ha voluto sottolineare l'indispensabilità dell'uno per l'altro e viceversa. Usciti anche questi due personaggi di scena e avendo ancora incontrato il messaggero, Didi e Gogo rimangono ancora lì fermi ad aspettare Godot.
Beckett, con questa fantastica opera, ha descritto precisamente la sua visione della vita umana: senza senso. I discorsi sulla fame, i litigi, le varie osservazioni dei due vagabondi sulla loro esistenza sono totalemente nonsense. Che scopo ha aspettare Godot? Chi ha mai visto Godot? Perchè lo aspettano? Nessuno lo sa, men che meno i due co - protagonisti della storia. La loro squallida esistenza li porta a farsi compagnia l'un l'altro, vicino a questo grande albero dove le foglie cambiano sempre colore. Pur essendo infelici di aspettare un uomo mai visto prima, nessuno dei due se ne va.. ormai il loro unico scopo, ironicamente parlando visto che di scopi non ne hanno, è stare lì ad aspettare.
La cosa forse più assurda dell'opera è che il protagonista è assente. Nessun Signor Godot sulla scena, niente. Solo un messaggero che porta il suo messaggio, nulla di più. A Beckett non importa se l'Uomo appartiene a qualche classe sociale o economica particolare: la miseria dei due vagabondi è comune a tutti. Nessuno ha scopi nella vita, ci limitiamo a chiacchiere ed incontri inutili. “Aspettando Godot” si può definire pietra miliare del teatro del Novecento: grazie al linguaggio teatrale quasi messo in ridicolo, un mix di generi (tra cui comico, tragedia, commedia, gag), le lunghe pause, i silenzi e il ritmo assolutamente piatto, Beckett ha distrutto e ricreato il teatro.
Il mio consiglio spassionato è di leggere questa fantastica opera. E già che ci sono, chiedo scusa ai lettori: recensire “Aspettando Godot” forse è la cosa più ardua, a mio avviso, che ci sia in ambito teatrale. Si rischia di cadere nel banale e, peggio ancora, di non far suscitare al lettore nessuna curiosità. Bhè, vi assicuro che, al contrario della mia recensione, nulla è banale nell'opera. Una cruda, ironica e realistica visione della vita, tutto qua.
Concludo con la più celebre, forse, delle recensioni di “Aspettando Godot” di Vivian Mercier nel 1955: “Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla, per due volte." .

Chiara Moncini

Onda verde. Perchè vince la Lega Nord



Nelle ultime elezioni regionali l’affermazione più netta è stata della Lega Nord, che ha raddoppiato i consensi rispetto alle regionali del 2005. E’ anche grazie alla Lega che oggi il centrodestra governa 42 milioni di italiani. E’ un’Italia a trazione locale, rivoluzionata, che si tinge di verde. L’asse Torino-Milano-Venezia ha il 40 per cento del Pil. La geografia politica dell’Italia è cambiata. Nel Nord, Bossi ha sconfitto e ha fatto sparire la sinistra. Ecco in sintesi i dati del Carroccio nelle regioni del centro-nord: Piemonte 15,1%; Lombardia 26,7%; Veneto 36,3%; Liguria 10,5%; Emilia Romagna 13,6%; Toscana 6,7%; Umbria 4,5%; Marche 6,9%.
In Veneto ha trionfato il ministro Zaia, primo governatore leghista di una regione che ha quasi 5 milioni di abitanti e il 10 per cento di Pil. Qui la Lega è il primo partito. Qui l’onda leghista si fa tsunami: il Carroccio guida la coalizione oltre la soglia del 60 per cento, doppiando il centrosinistra di Bortolussi. La Lega in Veneto è come la Dc dei vecchi tempi.
Il capolavoro della Lega è però la vittoria in Piemonte, che vanta 4,5 milioni di abitanti e l’8 per cento del Pil. Quella di Cota è stata una vittoria storica e al fotofinish: ha battuto la Bresso per 10mila voti.
In Lombardia la Lega si è avvicinata, per numero di suffragi, al Pdl – solo cinque punti percentuali di differenza. Già sono partiti i primi vertici sulla nuova giunta. La Lega è interessata ad Attività Produttive, Lavoro e Pmi. Cadono le province “rosse”: a Cremona, Mantova e Lodi la Lega supera il 20 per cento. Nelle altre province supera il 30 per cento, a Sondrio supera il 40 per cento. Ora il vicepresidente “in pectore” della regione lombarda è il leghista Andrea Gibelli.
Quali sono i motivi di una tale ondata verde?
La Lega ha saputo rottamare consolidate tradizioni e mandato all’aria antichi sistemi di potere. E’ la voglia di nuovo, la fine della classe dirigente uscente.
Poi vi è la voglia riformatrice: per Bossi la sinistra perde perché non vuole fare le riforme.
Infine vi è l’astensionismo: otto punti in meno rispetto alle regionali del 2005. Tradizionalmente ciò ha sempre aiutato la sinistra e punito i moderati. Stavolta è stata punita la sinistra (specie Pd e comunisti). Questo astensionismo ha una doppia ragione: meteorologica e politica. Il bel tempo ha convinto molti ad andarsene in vacanza. La motivazione politica è che non ha fatto bene la vicenda delle liste: la gente pensa che i politici di destra e sinistra fanno quello che vogliono e si disamorano della politica. I leghisti non si sono astenuti perché non sono vacanzieri, e perché la Lega non è di destra né di sinistra.
Esaminiamo il Piemonte. Qui perde un centrosinistra diviso e acciaccato, guidato dalla governatrice uscente Bresso. La spallata alla Bresso l’hanno data le critiche documentate che Cota ha mosso alla giunta uscente. In particolare la divergenza di vedute sulla Sanità. Cota e il Pdl hanno contestato alla Bresso il buco dei conti pubblici del settore, lievitati di 2,1 miliardi di euro in cinque anni. Cota vuole una Sanità più privata, opposta al modello pubblico che stava a cuore alla presidente. Il motore della Bresso si è fermato anche a causa delle sue posizioni su aborto, coppie gay ed eutanasia (già nel 2005 sperimentò la pillola abortiva Ru486 all’Ospedale Sant’Anna di Torino).
Esaminiamo ora il Veneto. Qui Zaia, come Cota, ha premuto sul federalismo, visto da Zaia come autonomia negoziata con lo Stato centrale, come in Catalogna o in Baviera. Zaia lamenta il fatto che il Veneto tassa i suoi cittadini ottenendo fino a 12 miliardi di euro, che vanno perlopiù nelle casse di Roma. Per Zaia bisogna dunque cambiare rotta, e i veneti sono con lui.
Esaminiamo infine la nostra regione, la Lombardia. Anche qui la Lega ha avuto successo perché punta a una rapida attuazione del federalismo, di alleggerimento del peso burocratico e fiscale, di maggior attenzione per il mondo delle piccole imprese, di più rapido sviluppo delle infrastrutture, di severo governo dell’immigrazione. In sintesi di maggior attenzione per i problemi della Regione.
Il vero motivo, però, di questa onda verde, è che la Lega Nord è l’unico partito – il più vecchio d’Italia, entrò in Parlamento nel 1987 – che ogni giorno va in mezzo alla gente del centro-nord, ascolta bisogni e proposte dei lavoratori e dei pensionati, li fa propri nel programma elettorale, e poi li attua preferendo la sostanza alla tattica politica.

Claudio Castelli

Primi giri in MotoGP



E' il primo appuntamento, tanto atteso, è il motomondiale! La novita è l'esordio della moto2 che sostituisce la categoria 250, ma per gli appassionati l più attesa e' sempre la motogp , la classe regina, che ha fatto entusiasmare milioni di tifosi.
Il punto di riferimento, da dieci anni a questa parte, è sempre Valentino Rossi che non ha deluso offrendo una prestazione emozionente, conclusa al primo posto! Anche perchè Casey Stoner, l'unico in grado di batterlo, si e' autoeliminato cadendo al 5 giro!
Una gara superba che ha visto protagonisti molti piloti.. Daniel Pedrosa partito a fionda ma poi calato, ssurclassato dal suo compagno Andrea Dovizioso, che ha agguantato il 3° posto sul podio, superando in extremis Niky Haiden sul rettilineo del traguardo! Anche lo statunitense della Ducati ha fatto un'ottima gara combattutissima fino all'ultimo! Stupefacente Jorge lorenzo: partito non troppo bene, ha sbalordito tutti negli ultimi giri, passando dall'ottava posizione al secondo posto e conquistando così l'ennesimo podio nel Gran Premio del Qatar, ancora una volta alle spalle del compagno-rivale, Valentino Rossi.
Ben Spies, molto combattivo e in ottima sintonia con la moto, ha fatto capire che lui è un pilota "vero" che si farà notare prestissimo tra i fantastici 4e che il podio non è lontano.

Anna Simone

Zaha Hadid: progettare l'improgettabile




Anni addietro, quando si pensava a un architetto, ci si immaginava una persona triste, un colletto bianco nel suo studio, seduto al suo tavolo da lavoro a realizzare disegni incomprensibili ai più.
Ora invece, è sempre più difficile distinguere i contorni di questa professione e semmai è nata una nuova figura, quella dell'eclettico, che tanto affascina e spinge i giovani a intraprendere questo tipo di strada, sbattendo contro tante porte chiuse e facendo i conti con la propria determinazione.
Se pensiamo a Zaha Hadid, noi pensiamo a questo. Alla forza di volontà e alla tenacia che hanno sfidato un mondo elitario e prettamente maschio, uno stato in bilico tra occidente e oriente, tra apertura e conservatorismo e lo scetticismo della società contemporanea e paradossalmente è più interessante ricordarsi di questo architetto per la sua biografia e per i progetti che non sono mai stati realizzati piuttosto che per i suoi effettivi successi.
Zaha Hadid nasce a Baghdad nel 1950, figlia di un politico, agronomo e industriale, cofondatore del Partito Nazionale Democratico, ambiziosa quanto il padre; vive in in un Iraq molto diverso da quello odierno, incredibilmente molto più liberale e proiettato all'occidente, ma chiuso rispetto al ruolo della donna nella società. La Hadid sfida questo tabù. Studia tra Baghdad e la Svizzera e si laurea in matematica all' American University nella capitale iraqena, iscrivendosi poi all'ordine degli architetti a Londra, nel 1972.
E' proprio qui che incontra l'ambiente fertile per sviluppare il suo talento influenzato da Liebeskind, Alsop e dal suo maestro, Rem Koolhaas, che la inviterà a lavorare in pianta stabile con lui, ma che lei rifiuterà per via del suo forte e indipendente carattere (Rem la definì "un pianeta nella sua orbita") e per permettersi di sviluppare il proprio modus operandi e la propria idea di architettura, una sorta di modernismo barocco in cui gli spazi sono fluidi e geometricamente frammentati, che parlano da soli.
Fa quasi sorridere se pensiamo che la critica ha sempre osannato questo architetto come uno dei più visionari e avanguardisti, mentre il pubblico ha sempre definito i suoi lavori sconcertanti.
E ci stupiamo ancora di più se pensiamo che i progetti realizzati riguardano uno ski jump a Innsbruck, il Rosenthal Center for Contemporary Art in Cincinnati, Ohio i cui committenti non erano esattamente aperti all'innovazione.
Eppure proprio il Rosenthal Center confuterà la tesi secondo cui le architetture di Zaha non sono edificabili e le consentirà di ottenere prestigiose altre commissioni, con la possibilità si sviluppare in totale libertà il suo talento e venendo consacrata come uno dei più stupefacenti e interessanti architetti del secolo.
Chissà se alla sua morte (speriamo il più in là possibile) ci sarà qualcuno che sarà in grado di portare avanti questa filosofia progettuale, questa tenacia e forza (supportate da un talento fuori dal comune) e deciderà di "ballare da sola", farsi da sè e cambiare il mondo dell'architettura?
Stiamo a vedere. In fondo a luglio si aprono le sessioni di laurea al Politecnico.

Deniz Santoro